Ogni maledetto premestruo

L’incredibile avventura di vivere con la serotonina in caduta libera

La realtà è una stanza onnicomprensiva piena di spigoli aguzzi. Mi ci aggiro guardinga, ma riesco a rimediare solo schegge e dolore. Avete presente quei proiettili che una volta esplosi si frammentano –li fanno apposta così-, moltiplicando gli effetti della ferita? Ecco, mi sembra  per strada non ci siano che cecchini, armati di sguardi e parole. Ogni cosa intorno a me vibra a una frequenza più forte del normale, potrei definirla violenza. Sottile, permea ogni cosa, il nulla. Quello che trovi in fondo a ogni contatto umano è sopraffazione, autodeterminazione efferata, annichilimento dell’altro. Sono paranoica. Ho “soltanto” la sindrome premestruale. “Tu sei pazza, io non ti do nessun antidepressivo” dice il medico. “Allora, sei già/quasi/ancora/sempre in premestruo?” chiedono sfottenti  gli amici. “Il magnesio, ti serve più magnesio!” consigliano le compagne di sventura. Il magnesio, il calcio, il potassio, la vitamina B6, il triptofano.  Provo tutto per un po’, poi il ciclo va via, torno a stare bene e chi se ne frega fino al mese successivo. Nemmeno più mia madre litiga con me in quei giorni neri, elettrici. Vado a trovarla di proposito, aspetto mi chieda di me, del lavoro, della mia vita. “Va tutto una merda!”: glielo sputo in faccia con cattiveria; ma lei non reagisce, non raccoglie. Il fatto è che quella non sono io, quella bestia intollerante e fragilissima, quel fascio di nervi, quella stronza incendiaria. Quella è un’altra persona.

Coltivando intensivamente scontento

Il diario tragicomico delle trasformazioni fisiche e psichiche cui sono soggetta mensilmente in quanto donna -grazie cromosoma x1, grazie cromosoma x2- inizia con l’ovulazione.  Improvvisi segnali di attività, un crepitare di vita speranzosa a sinistra o a destra del mio bacino, piccole fitte sospette. Eccomi, sono un flipper procreativo, ho lanciato la mia pallina: sto ovulando. Il mio utero incrocia le dita: lo portiamo a casa il risultato? Ma… cos’è questo inspiegabile malumore che si fa strada dal nulla? Un’amarezza, come un torto subìto, stizzisce e va via in poche ore. E’ solo l’inizio, un temporale estivo rispetto alla tempesta che mi attende. Di giorno in giorno il naturale ottimismo scema, mi tocca faticare per strappare contentezza alla vita, le soddisfazioni devono essere più consistenti mentre il mio sistema premi punizioni si fa sempre più avaro. Coltivo intensivamente scontento. Poi irrompe la tragedia. Un episodio apparentemente insignificante (perché in effetti insignificante) scardina la risicata quiete del mio disciplinato condominio interiore. L’epifania può giungere da qualsiasi esperienza, purché di alcun rilievo tangibile. Purché manchi circa una settimana al ciclo. Il pianto è il sintomo più affidabile, il segnale prima del tunnel. Inizio a scandagliare con precisione chirurgica tutto ciò che non va nella mia vita, le varie voci -più o meno concordi generalmente- del mio suscettibile condominio interiore adesso mi offrono una varietà di spunti discretamente articolati sul tema: è tutto una merda insostenibile.  Scavo la fossa con metodo e scrupolo scientifici. Dove era nascosto tutto questo dolore? Mi ci appassiono, è più forte di me, tra uno snack e l’altro. Dove era nascosto tutto questo appetito? Il calo di estrogeni e il corrispondente aumento di progesterone danno fondo alla mia produzione di serotonina. Sono una tossica e il sintomo principale della mia crisi di astinenza è un appetito malsano: voglio il dolce ma anche il salato, in quantità e più spesso possibile. Intanto la ritenzione idrica mi gonfia: tra i liquidi in eccesso e i grassi che incamero la bilancia può segnare anche più 4 chili. Sono assolutamente insopportabile anche a me stessa eppure pretenderei affetto, ma più sottomissione. Improvvisamente metto in discussione la mia solitudine consapevole, non proprio scelta, diciamo selettiva, almeno fino all’incontro giusto. Bramo qualcuno al mio fianco, chiunque, un maschio X. Uno che sia tenuto a sopportarmi e che in cambio dei miei maltrattamenti elargisca attenzioni e premure. In effetti mi manca uno schiavo, più che un fidanzato.

Vie di fuga dal dolore

Il calore salva: calore come affetti e comprensione.  Ma anche calore in forma di stufa, borsa dell’acqua calda, terme, docce bollenti. La tensione nervosa ha come nemico giurato il calore, ma anche il movimento. Correre, nuotare, tutte le attività aerobiche accrescono la produzione di endorfine, rilasciando quote considerevoli di benessere. E poi, chiaro: tanto sesso terapeutico, quando c’è. La famigerata comfort zone –abitiamo una società di gente forzatamente aperta e smart che deve necessariamente superare se stessa- è il luogo più accogliente nel quale rifugiarsi. Leggere, guardare un film, rintanarsi nel proprio guscio. E poi la leggerezza, non spaventarsi di preferire la commedia cretina al cinema d’autore impegnato, lasciarsi vivere. Bisogna accettare il momento: mollare, mollare tutto, passerà. Che tutto passerà lo intravedo già dal momento finale drammatico, quando la tensione inizia a sciogliersi in tristezza sincera, accorata. Quando il malvagio condominio improvvisamente tace e l’umore cupo scheggiato è già alle spalle: è arrivato il ciclo. Mi aspettano tre giorni di semi infermità, due di depressione, uno così così. Il settimo giorno risorgo: la vita è meravigliosa, l’impennata di estrogeni mi fa spandere gioia per almeno sette giorni. Vai bella, questo mese non deluderci, incoraggiano le ovaie. Poi l’ovulazione, nuova partita, si ricomincia.

Le cose hanno andamento ciclico: periodi belli, altri meno, ma tutto, con il tempo, inesorabilmente peggiora.

 Se mi chiedessero da dove viene l’ossessione per il ciclo mestruale, il misurare ogni accadimento –gradazioni emotive, livello di adattabilità, strategie a medio-lungo termine- con il supporto di una app  tutta rosa che segue le mie oscillazioni ormonali, risponderei che dipende da questo: con il tempo tutto peggiora. Inevitabilmente tutto passa, nessuna illusione di eternità, nasciamo già “spoilerati”  in fatto di transitorietà, ma mentre passa: peggiora. Non è pessimismo, è lo stato naturale delle cose, ed è anche quello che ci trasforma in esseri via via meno esigenti, via via più accontentabili: da un certo punto in poi cerchiamo semplicemente di goderci il viaggio finché dura. A sedici anni nemmeno mi accorgevo del ciclo, a ventisei soffrivo di crampi e dolori, a trentasei la natura ha deciso di calcare la mano e farmela pesare ogni mese questa grave insubordinazione, questo corpo scientemente sottratto alla procreazione. Questo corpo per niente collaborativo rispetto alla sempre stringente questione della continuazione della specie. Questo corpo mese dopo mese più colpevolmente prossimo alla scadenza.

Gravidanza: consumare entro e non oltre la data di scadenza

Oggi ho trentotto anni (non si dica che li dimostro!) e quanti altri me ne restano –una manciata- per avere un figlio, è argomento che interessa molto più gli altri che me, noto. Non escludo di approntare un vademecum, prima o poi, un manifesto breve e esaustivo sul perché e percome verso il finire degli anni ’10 del secondo millennio quello di figliare sia diventato un lusso insostenibile, la tappa non eternamente procrastinabile di una maturità incompleta. Secondo la percezione comune: dopo il meteo e il paranormale (che ormai hanno più di qualcosa in comune), ciò su cui si concorda generalmente quando si parla di percepire, a parte l’assoluta vaghezza della stessa pratica del percepire, è che il mettere al mondo un figlio faccia auto-percepire più realizzazione nella vita. Io non lo so, e potrei non scoprirlo mai: a occhio, non mi pare un’esperienza prioritaria. Per me il mistero della creazione lavora molto più a fondo e in sordina: mi meraviglia davvero tutto di questa vita, in special modo quello che non scelgo o quello che, contro ogni previsione, sceglie me. La realtà fa già tantissimo rumore così, senza un altro piangente sul groppone.

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